Yogurt “scaduto”? Niente è perduto!

Nutrizione, Yogurt

“Ma quando è scaduto lo posso ancora mangiare?”

La risposta breve è sì – a meno di rigonfiamenti del vasetto o altre alterazioni evidenti.

Per capire il perché, iniziamo da cosa significa, per uno yogurt, arrivare a “scadenza”. Cosa viene valutato per definire la data indicata sulla confezione?

Per uno yogurt, che ha proprio una definizione normativa di come dev’essere per chiamarsi così, la data di scadenza indica innanzitutto il termine oltre il quale potrebbero non esserci più le condizioni che fanno valere quella definizione.

La definizione ci dice due cose:

  1. la prima è quali devono essere i fermenti che trasformano il latte in yogurt. Questi non possono cambiare mentre lo yogurt sta a scaffale, quindi non incidono sulla data di “scadenza”;
  2. la seconda è quanti devono essere questi fermenti. E qui ci siamo. Perché, mentre lo yogurt passa le sue giornate nel banco frigo di qualche supermercato, i suoi fermenti continuano la loro vita. A ritmi parecchio rallentati, dato che li abbiamo messi a 4°C, ma la continuano. Questo significa che, un po’ alla volta, i fermenti “vivi e vitali” diminuiscono, fino al giorno in cui il loro numero non basta più per quel vincolo numerico contenuto nella definizione legale di yogurt.

In altre parole, lo yogurt “scade” (e vedremo dopo perché continuiamo a usare le virgolette) quando vi sono rimasti meno fermenti vivi di 10 milioni per grammo di alimento.

Sta al produttore verificare quando il proprio prodotto raggiunge tale limite e, quindi, quando stabilire un termine di tempo adeguato. Termine che, e qui sta il punto, non significa affatto che, dopo quel giorno – a meno, come dicevamo, di alterazioni indipendenti da questi elementi – lo yogurt ci possa dare problemi se lo mangiamo. Non diventa meno sicuro.

Per questo motivo, lo yogurt è uno dei casi in cui la scadenza non indica che da lì in poi non si garantisce più la salubrità dell’alimento – come può succedere per la carne fresca confezionata, ad esempio.
Indica, invece, che alcune caratteristiche – che non arrecano pericolo all’uomo – possono non essere più quelle previste. Come appunto la concentrazione di fermenti, o anche un’acidità lievemente maggiore, o una certa quota di affioramento di una fase liquida.

Tutto questo ci fa capire perché il termine giusto, quando si parla di yogurt – come di altri prodotti con situazione analoga – non è propriamente “data di scadenza”, ma è invece “tempo minimo di conservazione”.

Ecco la differenza: la data di scadenza è quella che viene spesso tradotta sulle confezioni come “da consumare entro”. Entro quel giorno dobbiamo aver già consumato quell’alimento, altrimenti non possiamo più essere sicuri che sia ancora salubre. Dopo quel giorno, il consumo non è raccomandato.

Il termine minimo di conservazione viene invece tradotto sovente come “da consumare preferibilmente entro”, cui, più recentemente, si è aggiunta la proposta “spesso buono oltre”. Ci indica che l’alimento potrebbe avere caratteristiche diverse dall’atteso, senza però per questo aver perso salubrità.

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